venerdì 15 aprile 2011

Là fuori non ci sono più i vinili, capisci?

Non era questo il contributo che volevo dare alla chiamata alle penne e ai ricordi diffusa da Vitaminic per il Record Store Day. Quello che avevo in mente, pianificato con la calma e la dovizia che si riserva alle cerimonie importanti, era offrire l'ascolto di un'intervista a una persona che non conosco poi così bene ma che ritengo piuttosto familiare: il titolare di uno storico negozio di vinili nel centro di Firenze. Purtroppo le cose non sono andate come speravo e non c’è stata nessuna intervista. Ero curioso di sentire cos'aveva da dire a riguardo il negoziante, un militante che è lì da vent'anni sempre con la stessa tranquillità a vendere i dischi come il pane e a sbattersene del “ritorno del vinile” o “la crisi del disco”. Speravo egoisticamente che dalla conversazione si arrivasse alle stesse mie ciniche conclusioni sul RSD.

- Ciao, sono Federico, chiamo da Radio Città Del Capo di Bologna. Sarebbe possibile parlare con il titolare?
- Sì ciao, sono io, il mio collega mi ha detto che avevi già chiamato.
- Le spiego...
- Dai oh, diamoci pure del tu.
- Bene. Ti spiego, ho chiamato te perché, invitato dalla webzine Vitaminic.it a scrivere qualcosa a proposito del Record Store Day, ho pensato che non avevo proprio nulla di straordinario da dire. Però mi è venuto subito in mente il tuo negozio!
- Mi fa piacere. Ma in che senso, "il mio negozio"?
- Sì, per me il tuo è il negozio di dischi. L’ho frequentato silenziosamente durante gli anni dell’università, prendevo roba inglese anni Ottanta e Novanta soprattutto, indiepop più che altro, dischi per i quali tu avevi sempre un micro-aneddoto da raccontare. Ma immagino non ti possa ricordare di tutti i clienti che passano.
- Eh no, impossibile.
- Ti dicevo, mi è venuto in mente il tuo negozio e mi chiedevo se fossi disponibile per fare un’intervista.
- Non credo proprio. Non siamo molto propensi a questo genere di cose.
- Ti prometto che è solo una chiacchierata, si fa registrata, possiamo fare tutti gli strafalcioni che vogliamo, dire tutte le parolacce che ci vengono. E poi il Record Store Day è solo una scusa.
- Non è questo il problema, è che proprio noi non riusciamo a farle questo tipo di cose. Poi, boh, per me questa faccenda del Record Store Day è come la festa della donna: non serve a niente.
- Ecco, è proprio lì che con calma sarei voluto arrivare. Non so se ti interessa il mio punto di vista: a me il Record Store Day come celebrazione di un posto che dovrebbe essere familiare, normale, equivalente al panificio o alla farmacia, dà l'orticaria. Quindi possiamo anche saltare la parte nobile della sensibilizzazione del pubblico a recarsi nei negozi di dischi indipendenti un giorno all’anno e mi potresti raccontare per esempio, una tua giornata tipo tra i vinili.
- No dai, l’autopromozione... Senti, noi non abbiamo proprio rapporti con i media, è più forte di noi.
- Guarda, secondo me non è autopromozione...
- Perdonami ma non se ne parla. Non è voler essere snob, anche se può sembrare tale. E’ che noi non siamo proprio capaci di relazionarci con l'esterno. A parlare in radio o su carta stampata non saremmo più noi. Al di là della porta di questo negozio finisce tutto, noi diventiamo degli orsi. Là fuori non ci sono più i vinili, capisci?
- Certo, capisco.

La chiacchierata non si è conclusa così, è proseguita amabilmente con l’invito a continuarla nel negozio quanto prima. Nonostante l'abbia registrata, ho dato parola al titolare che non avrei pubblicato la telefonata originale. Il fatto poi è che questo atteggiamento di rifiuto gentile ricevuto, duro e puro, le cui motivazioni in realtà vanno al di là di quello che posso comprendere, o anche solo intuire, mi fa amare ancora di più quel posto.

Io a Firenze non ci vivevo e nel negozio non ci entravo tutte le settimane. Frequentando l’università in una noiosetta città a una statale di distanza dal capoluogo toscano, uno sprazzo vita metropolitana da studente fuorisede -con quello che può significare l’aggettivo metropolitano in senso musicale in Italia- ho cercato di costruirla lì. E quella alcova di pochi metri quadri ricolma di vinili, per me è stata più di "un negozio di dischi". E' stato un grande armadio con un suo odore, dove c'erano aperti cassetti impensati, potevo metterci la testa dentro e tutte e due le mani e andare in apnea, oppure salirci e tirare su forte l'aria, per un attimo, da un punto più alto.

6 commenti:

Nur ha detto...

A me invece, per le stesse motivazioni, mi fanno venire l'orticaria. Un conto è essere indipendente, un conto è voler essere outsiders ed estremisti a tutti i costi, anche con qualche pretesa di merito, mi sembra di scorgere tra le righe.
Non è questo lo spirito...né per vendere i dischi, né tantomeno per parlare, ascoltare e vivere di musica.

Francesco ha detto...

"noiosetta città"? :-D

Max ha detto...

vedi che alla fine, dopo la non-intervista, l'acquisto programmato per la giornata me lo faccio da lui..

fede ha detto...

@nur: io tifo sempre per le libertà di espressione (che comprendono anche la non espressione, come in questo caso). devo fare fatica per leggere prese di merito tra le righe e, strano a dirsi, ma non mi è dispiaciuto affatto non aver portato a casa quello che speravo.

@francesco: tu ne sai qualcosa è? :)

@max: evviva!

Nur ha detto...

Sicuramente ascoltare la persona al telefono (e cogliere quindi tutte le sfumature di intonazione etc etc) aiuta a capire meglio il senso di questo rifiuto.
In ogni caso, dopo aver letto l'intervista almeno due volte, non ho ancora capito quali siano le motivazioni per cui questo tizio non ha voluto raccontarti cosa fa durante la giornata.
Il fatto che ci si sente degli orsi e non si vuole avere sovraesposizione è una scusa che regge fino ad un certo punto; mica stiamo parlando di un servizio del tg1, stiamo parlando in un post sulla belleepop, dai!
Poi, mettendo per un momento da parte le inclinazioni personali, questi tizi avrebbero anche un negozio a cui fare pubblicità, e dei dischi da vendere a più gente possibile, no?
Ecco il fatto che non gli freghi niente dei dischi da vendere, non gli freghi niente di arrivare alla gente, non gli freghi niente di condividere e far conoscere la musica che hanno, mi fa pensare che questa chiusura dietro un muro di vinili (lì fuori non ci sono i vinili!)sia una presa di posizione "indie" della peggior specie.
Essere così "indie" da non aver neanche voglia di vendere i dischi che si hanno nel proprio negozio. Una cosa del genere.
(non so se son riuscita a spiegarmi meglio, anywayz...)

fede ha detto...

questo è un posticino pacifico, non rockit. btw, rcdc > tg1.